Economia

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Più grande è sempre meglio?

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vacche recintoNormalmente si dice che l’allevamento più grande permette di aumentare i profitti, ma uno studio svolto su allevamenti biologici del Wisconsin dimostra il contrario, come ha spiegato L. Tranel in un recente articolo.
Nello studio sono stati messi a confronto 4 allevamenti di grosse dimensioni (365 vacche per allevamento) con sei di piccole dimensioni (104 vacche ciascuno). Negli allevamenti più grandi la produzione media per capo era più elevata (circa 72 quintali contro i 71 delle stalle più piccole) così come i ricavi per vacca (6615 dollari contro 5994 dollari per vacca degli allevamenti più piccoli). Tuttavia gli allevamenti più grandi avevano più spese, e quindi i ricavi netti diventavano 2147 dollari per vacca negli allevamenti più grandi e 2212 dollari in quelli più piccoli. Considerando tutte le spese e i ricavi, il guadagno netto per vacca era di 1878 dollari per gli allevamenti più grandi e 223 dollari per quelli più piccoli, con un ricavo maggiore di 345 dollari per vacca a favore delle stalle più piccole.
Nelle stalle più grandi il lavoro dei proprietari risulta pagato meno, ma è necessario un minore numero di ore rispetto all’impegno richiesto agli allevatori delle stalle più piccole, che in genere hanno meno personale e sono più coinvolti. Di conseguenza, gli allevatori delle stalle più grandi lavorano molte meno ore e in proporzione il loro lavoro è pagato di più di quelli delle stalle più piccole.
Per quanto riguarda invece tutti gli altri aspetti, le stalle piccole sembrano garantire i guadagni maggiori.
Lo studio offre spunti di riflessione interessanti, ma considera solo 10 allevamenti, un numero troppo basso per poter trarre delle conclusioni. Sarebbe auspicabile che venisse replicato con un numero più alto di aziende, ma questi primi risultati possono essere un incoraggiamento per gli allevatori con le stalle più piccole.

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Report Ismea

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sk latte 2017 ismea

 

E' stata recentemente pubblicata dall'Ismea una scheda di settore sulla filiera latte che fornisce informazioni sul mercato del latte relativo al 2017.

Il documento contiene informazioni sul settore lattiero caseario, analizzandone i vari aspetti: le caratteristiche della filiera, la fase agricola, la fase industriale, la domanda domestica, gli scambi commerciali, lo scenario internazionale, l'analisi SWOT.

Scarica la pubblicazione cliccando qui.

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Furto d'identità delle produzioni tipiche italiane

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In un recentissimo articolo pubblicato da Jamie Castaneda su Hoard’s Dairyman si affronta il tema della denominazione dei formaggi dal punto di vista USA con un atteggiamento molto stile “cow boy”.
L’introduzione all’articolo è già una di quelle che fanno salire la pressione, infatti si dice: “There is an effort by the European Union (EU) and companies throughout Europe to confiscate the common names of cheeses”, ovvero che noi europei vogliamo “sequestrare/confiscare” il nome comune dei formaggi, ovviamente dimenticando tutta la storia alle spalle di questi, e che non sono affatto nomi comuni.

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Il numero delle stalle in calo negli USA

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usa

 

Malgrado il prezzo del latte sia ad un buon livello da un anno, il numero di allevamenti negli USA continua a calare. Anzi, come indicato to Hoard’s dairyman, nel 2016 si è avuto uno dei maggiori cali degli ultimi dieci anni (-4%). Oggi negli USA ci sono meno del 30% degli allevatori presenti nel 1992.

 

 

 

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USA vs Europa: chi guadagna di più?

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eu e USA

In un precedente articolo abbiamo esaminato l’andamento del mercato del latte e le prospettive future in USA. Il prezzo del latte non è però l’unica variabile di interesse per i nostri allevatori e ve ne sono altre che danno sicuramente un’idea più precisa dello stato di salute dell’allevamento del bovino da latte, e fra queste vi è il margine operativo delle aziende. Infatti, al di là dei ricavi, i produttori devono “guadagnare” per poter rimanere sul mercato.
Il margine operativo al netto dei costi alimentari rappresenta un fattore molto importante che, in un mercato privo di quote, può sensibilmente influenzare il livello produttivo e, quindi, anche i prezzi del latte.

 Prezzi e produzione, come è noto, tendono a muoversi in senso inverso: la produzione si riduce generalmente al ridursi dei margini di guadagno. Ad esempio i principali paesi esportatori (non USA) hanno risposto al calo della marginalità osservato nel 2015 con una riduzione della produzione che si è protratta per tutto il 2016, permettendo la risalita dei prezzi.
Il margine operativo per gli allevatori americani è visibile nei grafici successivi dove si vede che, a parte il 2014 che ha visto margini record con valori fino a 17€ per cwt (45kg), il margine oscilli tra i 6 e gli 11€. Da notare che per il 2017 e, soprattutto, il 2018 si prevedono margini in calo. Questi margini sono sicuramente superiori a quelli europei che hanno visto un massimo di 27€/quintale e un minino di 12€/quintale, cosa che dimostra come sia più difficile per l’allevatore europeo competere a livello mondiale.

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Le previsioni per il 2017 sono cautamente ottimistiche grazie anche alla riduzione del costo dei foraggi che decresce, almeno in USA, dal 2014. A livello europeo, la marginalità rimane ancora ai livelli più alti osservati dal 2014, il che dovrebbe portare ad un aumento della produzione. Al mantenimento di prezzi e margini elevati concorrono anche le difficoltà produttive in Argentina e Nuova Zelanda per problemi climatici che hanno ridotto l’export dei due paesi.
In conclusione, il quadro rimane positivo, ma soprattutto per l’Europa vi è un problema di efficienza produttiva che riduce il margine dei nostri allevatori.

Biomereux
Bohringer
Ceva
Ecolab
Delaval
Ecuphar
Elanco
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Milkrite Interpuls
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