Nutrizione

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Insetti come mangime?

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insetti1

 

Gli insetti sono stati utilizzati come mangimi in diverse aree del mondo. Ora vengono inseriti come ingrediente nei mangimi composti, in quanto fonte di nutrimento alternativa e praticabile grazie al contenuto in acidi grassi, proteine e micronutrienti. Presentano inoltre un alto coefficiente di conversione e un ridotto impatto ambientale. Tuttavia, cosa sappiamo davvero di questi alimenti, di come sono prodotti e dei rischi associati? Per rispondere a queste domande, la FAO ha organizzato un webinar le cui slide sono disponibili per il download:

 

 

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Quattro strategie di svezzamento dei vitelli in box singolo

on . Postato in Nutrizione

vitello pezzata rossaQuando si tratta di svezzare animali stabulati in box singolo ci sono varie strategie possibili a cui ricorrere. Un recente articolo di S. Leadley ne individua 4, differenziandole a seconda del volume di lavoro richiesto all’allevatore. All’aumentare del management diminuisce lo stress per il vitello.

 

1 - La strategia meno impegnativa dal punto di vista del management

Fornire a tutti i vitelli una quantità omogenea di latte o sostituto del latte (tipicamente 2 litri due volte al giorno). Ritardare lo svezzamento finché i vitelli non hanno 10-12 settimane e a quel punto interrompere la somministrazione di latte per passare subito al mangime di svezzamento. Normalmente i vitelli mangiano come minimo 4 litri di mangime al giorno, ma a seconda degli animali può essere necessario somministrarne molto di più. In questo stesso periodo vengono spostati in box di gruppo, e per la prima volta hanno a disposizione anche foraggio ad libitum. Può capitare che alcuni vitelli (in media 3 o 4 su 10) abbiano bisogno di essere trattati per una polmonite indotta dallo stress dello svezzamento.

2 – La strategia che richiede un minimo di management

Fornire a tutti i vitelli una quantità omogenea di latte o sostituto del latte (tipicamente 2 litri due volte al giorno). Intorno alle 8 settimane di età fornire mangime di svezzamento. Ai vitelli che scelgono di consumarlo regolarmente dev’essere sospesa la somministrazione di latte, che deve invece essere ancora somministrato a quei vitelli che mangiano meno di 4 litri di mangime di svezzamento al giorno. Dopo lo svezzamento i vitelli devono essere tenuti ancora per qualche giorno nel box singolo, per poi essere spostati in gruppo. A quel punto si può iniziare a fornire anche foraggio ad libitum. Con questo tipo di gestione, in media, solo due vitelli su 10 potrebbero incorrere in una polmonite indotta dallo stress dello svezzamento.

3 – La strategia che richiede un management intensivo

Fornire a tutti i vitelli una quantità omogenea di latte o sostituto del latte (tipicamente 2 litri due volte al giorno). Intorno alle 6 settimane di età iniziare a fornire mangime di svezzamento. Interrompere la somministrazione di latte, sia bruscamente sia gradualmente, a seconda delle proprie preferenze, per i vitelli che mangiano regolarmente almeno 4 litri di mangime di svezzamento al giorno per quattro giorni di fila. Continuare a somministrare latte agli altri vitelli finché a loro volta non consumano 4 litri di mangime al giorno per quattro giorni di seguito. I vitelli devono continuare ad essere tenuti in box singolo per 5 - 7 giorni dopo lo svezzamento. Quando vengono spostati in gruppo viene offerto per la prima volta anche foraggio ad libitum. Con questa strategia in media solo un vitello su 10 potrebbe andare incontro a polmonite indotta dallo stress dello svezzamento.

4 – La strategia che richiede il maggiore impegno da parte dell’allevatore

Fornire ai vitelli una quantità di latte o sostituto del latte in proporzione alla taglia del vitello: normalmente si inizia con 2 litri 2 volte al giorno alla nascita e si aumenta fino a 4 o più litri due volte al giorno intorno alle 3 settimane d’età. Questo tipo di alimentazione si definisce intensiva o accelerata. Il successo di questa alimentazione, che aumenta la quantità di alimento, è strettamente legato ad una rigorosa osservanza delle corrette procedure igienico-sanitarie. Infatti, se il latte non è gestito correttamente si contamina e aumentando il volume somministrato aumenta anche la quantità di batteri somministrati all’animale, che quindi inevitabilmente si ammala. Un programma di management che utilizzi un colostro di qualità superiore contribuirà a garantire il successo di questo programma alimentare. Inoltre, con questo programma non c’è un’età predefinita per lo svezzamento. A tre settimane si inizia a fornire mangime di svezzamento e solo quando viene consumato in modo regolare per due settimane di seguito (tipicamente intorno alla quarta o quinta settimana) si riduce la somministrazione di latte a circa la metà del volume giornaliero consumato di solito. Per risparmiare manodopera la cosa migliore è ridurre semplicemente le somministrazioni di latte, passando da due a una sola somministrazione al giorno. Inoltre questa scelta risulta vincente perché l’assunzione di mangime aumenta con una sola somministrazione giornaliera, che quindi è preferibile rispetto a due somministrazioni. Si sospende completamente il latte solo quando il vitello mangia regolarmente 4 o più litri di mangime da svezzamento al giorno per quattro giorni di fila. L’età di svezzamento quindi varia a seconda del singolo vitello: pochi animali sono pronti a 35 giorni di vita, la maggioranza invece è pronta a 42-49 giorni. Dopo lo svezzamento i vitelli vanno tenuti nel box singolo per 5-7 giorni. Quando sono spostati nel gruppo, viene introdotto il foraggio gradualmente nel corso delle prime due settimane. Con questo tipo di gestione, meno di un vitello su venti andrà incontro a polmonite indotta dallo stress dello svezzamento.

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Acqua di abbeverata: come capire se le vacche ne hanno a disposizione abbastanza

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abbeverataAvere sempre abbondante acqua pulita a disposizione dei bovini è la strategia più semplice ed economica, ma spesso anche la più ignorata, per garantire una buona produzione di latte. Il problema non riguarda solo i mesi estivi, come ha evidenziato J. Harner, della Kansas State University. Durante un suo intervento in un recente congresso in Texas, ripreso da Hoard’s Dairyman, ha spiegato che probabilmente la maggioranza degli allevamenti di bovini non è in grado di rispondere adeguatamente alle esigenze di abbeverata degli animali. Il latte è costituito per l’87% da acqua e le vacche non possono produrlo se non bevono e non mangiano abbastanza, quindi non fornire acqua in modo adeguato, o fornirne di scarsa qualità, significa indurle a mangiare di meno e a produrre meno latte. Oggi il fabbisogno totale di acqua dei bovini è dell’11.9% superiore rispetto a quello di 10 anni fa, perché è aumentata la produttività e i bovini sono geneticamente diversi.

Per ogni allevamento bisognerebbe quindi farsi due domande di base: quanto è aumentata la produzione dell’azienda negli ultimi 10 anni? Inoltre, quand’è stata l’ultima volta che è stato installato un nuovo impianto di abbeverata?

Harner ha sottolineato diversi aspetti da tenere sempre presenti. Per prima cosa, i bovini bevono molta acqua, ma non c’è un quantitativo standard che va bene per ogni animale. Diversi fattori influenzano la necessità di acqua: il momento dell’anno, il momento del giorno, il tipo di stabulazione, il numero e la localizzazione degli abbeveratoi, il clima, il momento della lattazione, la quantità di latte prodotto ecc. Circa l’80% delle necessità di acqua delle vacche proviene dall’acqua di abbeverata (chiamata FWI, vale a dire “free water intake”), mentre il restante 20% dall’acqua contenuta nella razione. Alcuni studi hanno stimato un fabbisogno pari a circa 4-5 litri d’acqua per ogni litro di latte prodotto. Si tratta quindi di quantità importanti di acqua pulita che ciascun allevamento deve mettere a disposizione dei suoi animali. Di conseguenza, avere lo stesso numero di abbeveratoi, della stessa dimensione, in recinti con lo stesso numero di animali ma di un diverso grado produttivo, è un errore. Il fabbisogno di acqua cambia anche con il progredire della lattazione: nelle prime fasi è maggiore (fino a 133 litri al giorno per vacca), nelle fasi finali è più basso (fino a 106 litri al giorno per vacca), mentre in asciutta è minore (fino a 76 litri al giorno per vacca). Per quanto riguarda gli allevamenti su paddock all’aperto (poco frequenti in Italia, ma diffusi nel sud-ovest americano), queste quantità non bastano e bisogna calcolare un fabbisogno giornaliero per singolo animale che può arrivare fino a 190 litri.

Le vacche bevono durante tutto l’arco della giornata ma alcuni studi suggeriscono che bevono di più dopo aver mangiato e dopo la mungitura, mentre tendono a bere poco durante le ore notturne.

Durante l’estate il fabbisogno di acqua aumenta, e le bovine bevono di più e più spesso.

Ridurre in consumo di acqua significa ridurre il consumo di cibo e ridurre la produzione di latte. Questo è un aspetto molto importante, perché anche riduzioni minime di acqua comportano una significativa riduzione nell’assunzione di sostanza secca e nella produzione di latte. Bisogna quindi prestare la massima attenzione al fatto che le vacche devono avere accesso senza limitazioni a tutta l’acqua di cui hanno bisogno.

Un altro aspetto da considerare è lo spazio che le vacche hanno a disposizione per bere. È un altro motivo per cui il sovraffollamento è un problema: riduce sia l’accesso all’acqua sia il suo consumo. È importante che ci siano dai 5 agli 8 cm lineari di spazio all’abbeveratoio per vacca, centimetri che aumentano a più di 10 per le vacche che sono al sole. In pratica, affinché una stalla sia progettata in modo adeguato, bisogna fare in modo che gli abbeveratoi siano in grado di abbeverare il 75% delle vacche nell’arco di 60 minuti.

L’acqua dev’essere abbondante e facilmente accessibile, quindi dev’essere vicina ad ogni zona di alimentazione e alla sala di mungitura. Tuttavia, alcuni allevamenti hanno messo gli abbeveratoi dentro la sala di mungitura o appena fuori, e questo è un problema perché le vacche si ammucchiano per bere, bloccando il passaggio e del gruppo successivo.

Gli abbeveratoi devono però trovarsi non troppo lontano dalla sala. L’indicazione è che debbano essere a non più di 90 metri dalla sala di mungitura, così come a non più di 90 metri da ogni area di alimentazione. Questo permette agli animali di bere entro 5 minuti dalla mungitura. Le stalle che hanno difficoltà a garantire l’abbeverata entro 90 metri dalla sala di mungitura, dovrebbero aggiungere un abbeveratoio supplementare in prossimità del punto di rientro in stalla.

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Dovremmo essere preoccupati anche noi?

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Article WorldMilkDayLa rivista Hoard’s Dairyman ha recentemente pubblicato un articolo di John Hibma sulle bevande vendute come alternativa al latte intitolato "Dovremmo essere preoccupati". Nell'articolo si evidenzia come la disinformazione contro il latte abbia allontanato i consumatori e come l'industria lattiero-casearia dovrebbe trovare un modo per riscattare l'immagine del latte.

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Tempo di ruminazione e stato sanitario delle bovine (II parte)

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Per quanto riguarda i risultati, il valore medio del tempo di ruminazione durante il periodo antecedente il parto (da venti a due giorni prima) è pari a 479 min./giorno, la variabilità di tale valore all’interno del gruppo di bovine oggetto di studio è compresa tra 264-599 min./giorno. Nessuna differenza statisticamente significativa è stata osservata tra il tempo di ruminazione delle primipare e quello delle pluripare.

Il giorno del parto è stata osservata una riduzione del tempo di ruminazione pari al 70% (in media) rispetto al tempo di ruminazione medio osservato durante il periodo di asciutta.

Nel gruppo di bovine con tempo di ruminazione più elevato nel periodo compreso fra tre e sei giorni dopo il parto (gruppo H), l'aumento del tempo di ruminazione dopo il parto è stato molto veloce; per esempio, a tre giorni di lattazione, il tempo di ruminazione aveva già raggiunto il valore medio rilevato durante tutto il primo mese di lattazione.

Al contrario, l'aumento del tempo di ruminazione dopo il parto è stato più lento nelle vacche del gruppo L. Infatti, tali bovine hanno raggiunto un livello stabile di tempo di ruminazione solo dopo quindici giorni dal parto. (Figura n. 1).

Figura n 1

Dai quindici ai quaranta giorni di lattazione, il tempo di ruminazione medio di tutte le bovine è stato di 452 min./giorno.

È interessante notare che a quasi tutte le vacche (91%) del gruppo L è stata diagnosticata almeno una patologia clinica dopo il parto (ritenzione di placenta e endometrite in un animale, chetosi in tre bovine; zoppia in cinque bovine e mastite in una bovina durante il settimo giorno di lattazione).

Al contrario, solo il 42% delle bovine appartenenti al gruppo H (cinque animali) ha manifestato patologie cliniche durante il primo mese di lattazione. In questo gruppo, le malattie cliniche osservate sono state mastite (tre bovine, con segni clinici d’infiammazione mammaria rispettivamente a tre, sette e dieci giorni di lattazione) e zoppia (due vacche con manifestazione clinica a tre e a venticinque giorni di lattazione, rispettivamente).

Inoltre, la produzione durante il primo mese di lattazione è stata maggiore (p <0,001) per le bovine del gruppo H (con una media di 30,3 kg/giorno) rispetto alle bovine del gruppo L (con una media di 22,5 kg/giorno).

Un altro aspetto interessante consiste nel fatto che è stata osservata una correlazione significativa tra la produzione di latte e il tempo di ruminazione medio dei tre giorni antecedenti la valutazione della performance produttiva (r = 0.33; p <0.001).

Quasi tutte le variabili plasmatiche misurate in questo studio sono state influenzate dal peri-parto. Tuttavia, le bovine del gruppo H hanno mostrato un modello di cambiamento simile a quello preso come riferimento e tipico degli animali sani per quanto riguarda tutti i parametri. Viceversa, alcuni parametri plasmatici delle vacche appartenenti al gruppo L presentavano importanti deviazioni rispetto ai profili tipici osservati durante il peri-parto. Per esempio, sono state osservate differenze significative tra i due gruppi, soprattutto tra il quinto e il decimo giorno di lattazione, per quanto riguarda alcune proteine di fase acuta positive (ad esempio, l’aptoglobina) e alcune proteine di fase acuta negative (albumina) oltre ad alcuni altri parametri a esse correlati (colesterolo e bilirubina), così come nelle concentrazioni di NEFA, BHBA, calcio e aspartato amminotransferasi.

Come accennato sopra, tra le proteine di fase acuta positive, l’aptoglobina ha fatto rilevare un maggiore incremento intorno al parto nelle bovine del gruppo L rispetto a quelle del gruppo H. In seguito, i valori sono rimasti superiori nel gruppo L e le differenze sono risultate statisticamente significative (P <0,05) a partire dal decimo giorno di lattazione. (Figura n. 2).

Figura n 2

Alla luce di questi risultati possiamo concludere che il tempo ruminazione potrebbe essere usato come indice del benessere della mandria, ma va tenuto presente che il suo valore medio varia secondo diversi fattori. Infatti, in questo studio le bovine con indice di funzionalità epatica (LFI) maggiore (e quindi non colpite da un processo infiammatorio) hanno avuto un tempo di ruminazione medio di circa 500 min./giorno tra il terzo e il sesto giorno di lattazione.

Tale valore medio è risultato essere inferiore al valore medio proposto in alcuni studi precedenti (RT > 550 min./giorno). Questo fenomeno potrebbe essere dovuto al fatto che lo studio descritto nel presente articolo potrebbe essere stato influenzato dalle condizioni climatiche; lo studio è stato condotto, infatti, durante la stagione estiva, mentre i lavori precedenti sono stati condotti nel periodo invernale. Pertanto, le informazioni ottenute in questo studio e nei precedenti indicano che la soglia del tempo di ruminazione nei primi giorni di lattazione non è un valore assoluto, ma è influenzata da diversi fattori che modificano il tempo medio di ruminazione durante il primo mese di lattazione. Questo valore può quindi variare da un allevamento all’altro ma anche all'interno della stessa mandria.

Fonte: Rumination time around calving: An early signal to detect cows at greater risk of disease. L. Calamari, N. Soriani, G. Panella, F. Petrera, A. Minuti and E. Trevisi. Journal of Dairy Science Vol. 97 No. 6, 2014.

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