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Tornare alle basi per prevenire conte batteriche elevate

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gruppo mungituraQuando il prezzo del latte è basso, l’ultima cosa che gli allevatori vogliono è avere a che fare con le penalità dovute alla bassa qualità del latte o, peggio ancora, la perdita del proprio mercato. Tuttavia, ignorare le pratiche che stanno alla base di una corretta igiene dell’impianto di mungitura conduce proprio a questa situazione.

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C’è un legame tra il tempo di ruminazione e la produzione di latte

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Un recente studio condotto in Canada ha dimostrato che il tempo di ruminazione è associato positivamente alla produzione di latte. Inoltre è risultato negativamente associato alla produzione dei grassi e al rapporto grasso/proteine nelle vacche dalla terza lattazione in poi.

L’obiettivo dello studio era determinare l’associazione del tempo di ruminazione con la produzione e la composizione del latte.

Lo studio ha utilizzato 339 vacche da latte provenienti da quattro diversi allevamenti dell’Ontario, Canada. 107 vacche erano alla loro prima lattazione, 112 alla seconda, e 120 alla terza o alle lattazioni successive. Il tempo di ruminazione è stato monitorato per 24 ore al giorno utilizzando un sistema automatizzato dal primo al ventottesimo giorno di lattazione. Le vacche venivano munte tre volte al giorno in ciascun allevamento, e due allevamenti hanno registrato il peso del latte ad ogni lattazione per determinare la produzione di latte giornaliera. E’ stata inoltre monitorata la composizione del latte per quanto riguarda il contenuto in grasso e proteine. Infine, è stata indagata la presenza di chetosi subclinica una volta a settimana: le vacche con almeno un
campione di sangue con il valore di beta-idrossibutirrato maggiore o uguale a 1.2 mmol/L dopo il parto sono state considerate con chetosi subclinica. Durante lo studio sono stati anche registrati i casi di ritenzione della placenta, metrite, ipocalcemia o mastite. Le vacche sono state classificate in 4
gruppi: le vacche sane, senza chetosi subclinica né altri problemi di salute (139 soggetti); le vacche con almeno un problema di salute ma non chetosi subclinica (50 soggetti); vacche con sola chetosi e nessun altro problema di salute durante il periodo di transizione (97); vacche con chetosi subclinica e uno o più altri problemi di salute (53 soggetti).

Durante tutte le lattazioni, e considerando tutti i gruppi, la produzione di latte aumentava ogni settimana, mentre il contenuto in grasso e proteine diminuiva. Un’associazione positiva è stata trovata tra il tempo di ruminazione complessivo e la produzione di latte nella prima lattazione (+ 0.006 ± 0.003 kg/min di tempo di ruminazione) e nella seconda lattazione (+ 0.015 ± 0.004 kg/min di tempo di ruminazione) nelle vacche dal quarto al ventottesimo giorno
di lattazione, così come nelle vacche nelle lattazioni dalla terza in poi. Un’associazione negativa tra il tempo di ruminazione e il contenuto di grasso nel latte è stata trovata nelle vacche in una lattazione uguale o superiore alla terza (-0.002 ± 0.00059 punti percentuali/ minuto di tempo di ruminazione). Dal quarto al ventottesimo giorno di lattazione, i due gruppi di vacche con chetosi subclinica hanno prodotto meno proteine rispetto alle vacche sane (vacche con chetosi subclinica: 0.11 ± 0.051 punti percentuale; vacche con chetosi subclinica più almeno un altro problema di salute: 0.13 ± 0.056 punti
percentuali). Durante le quattro settimane del periodo di osservazione, le vacche con chetosi subclinica e almeno un altro problema di salute nella prima lattazione tendevano a produrre 0.11 ±0.056 punti percentuali di proteine in meno nel loro latte rispetto alle vacche sane. Le vacche nella stessa condizione che si trovavano alla seconda lattazione producevano meno latte rispetto alle vacche sane. Il tempo di ruminazione era positivamente associato con la produzione di latte nelle vacche all’inizio della lattazione, durante tutte le lattazioni, e negativamente associato con il contenuto in grasso del latte nelle lattazioni dalla terza in poi. Inoltre, i risultati hanno mostrato che le vacche con chetosi subclinica, in particolare se associata ad almeno un altro problema di salute, potrebbero produrre meno latte e meno proteine.

I risultati dello studio hanno dimostrato l’utilità del tempo di ruminazione come predittore della produzione di latte. Tuttavia, ulteriori indagini sono necessarie per validare l’uso di questo parametro e determinare come il modello cambi durante la lattazione.

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Foto 1: relazione tra tempo di ruminazione e produzione di latte in vacche alla prima (a) e seconda (b) lattazione.

 

 

 

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Foto 2: relazione tra tempo di ruminazione e produzione di latte in vacche nella terza lattazione o più, nella prima (a), nella seconda (b), nella terza (c) e nella quarta (d) settimana.

 

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Foto 3: relazione tra tempo di ruminazione e percentuale di grasso in vacche nella terza lattazione o più.

 

Tratto da: E. I. Kaufman, V. H. Asselstine, S. J. LeBlanc, T. F. Duffield, T. J. DeVries, Association of rumination time and health status with milk yield and composition in early-lactation dairy cows. Journal of Dairy Science Vol. 101 No. 1, 2018.

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Situazione USA per mungitura e mastiti

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nahms 2014Il Ministero dell’Agricoltura Americano (USDA) ha appena pubblicato i risultati del rapporto NAHMS 2014 riguardante la qualità del latte, la mungitura e le mastiti. Il rapporto si basa su un’indagine epidemiologica effettuata su tutto il territorio statunitense con rigorose procedure scientifiche e ha lo scopo di fornire un quadro accurato della situazione degli allevamenti di bovine da latte americani.

Per questi motivi riteniamo che tali dati possano fornire utili ed interessanti informazioni anche per la zootecnia da latte italiana, considerato che gli USA sono considerati il Paese di riferimento. Lo studio ha riguardato i 17 principali stati per la produzione di latte e rappresentano l’80% degli allevamenti e l’81% delle vacche Con questo articolo iniziamo a fornirvi una sintesi di tali risultati, soffermandoci su quelli che riteniamo essere di maggiore interesse per il nostro mondo produttivo.

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Pulizia Impianto mungitura

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La pulizia dell’impianto di mungitura

Al termine di ciascuna mungitura è fondamentale attuare una corretta sanificazione (pulizia e disinfezione) dell'impianto di mungitura al fine di:

  • Ridurre la carica batterica presente nei vari componenti dell’impianto ed evitare, quindi, che essa possa contaminare il latte durante la successiva mungitura.
  • Ridurre il rischio di trasmissione di patogeni, agenti di mastite, tra le bovine in lattazione.

Perché la pulizia sia efficace, è necessario che l’impianto sia progettato e installato correttamente, inoltre è importante utilizzare, per il lavaggio, adeguati volumi d’acqua alla temperatura corretta e utilizzare le giuste concentrazioni per quanto riguarda i prodotti detergenti. Di fondamentale importanza è il costante monitoraggio del grado di pulizia dell’impianto per rilevare, nel più breve tempo possibile, eventuali problemi e intraprendere rapidamente le necessarie misure correttive.

Che cosa fare prima iniziare il ciclo di lavaggio dell’impianto

Prima di iniziare il ciclo di lavaggio, tutte le superfici esterne delle guaine, dei gruppi di mungitura, dei tubi e dei pulsatori devono essere sottoposti ad accurata detersione.

Purtroppo, in molti casi, questa fase preliminare del ciclo di lavaggio si riduce al solo utilizzo di un getto d’acqua, che difficilmente riesce a rimuovere tutto lo sporco esterno. Una volta che i gruppi sono stati puliti, devono essere attaccati con attenzione alle doccette di lavaggio al fine di garantire che il vuoto sia trasferito in modo adeguato al collettore, se ciò non avviene, il lavaggio di quel gruppo non avverrà in modo corretto. Eventuali sensori per la misurazione della conducibilità elettrica del latte, presenti nella linea di mungitura, dovrebbero essere controllati e puliti. Nel corso del tempo, diversi studi hanno dimostrato che il metodo migliore per detergere gruppi di mungitura e doccette è il lavaggio accurato con una soluzione detergente tiepida o calda.

Esistono diverse tipologie di sistemi di lavaggio, fondamentalmente tali impianti oggi si differenziano in sistemi di pulizia manuali e sistemi di pulizia completamente automatizzati.

Sistemi di pulizia manuali

L’operatore che si occupa del lavaggio dell’impianto di mungitura dovrebbe applicare il modo rutinario i seguenti passaggi:

1. Pre-risciacquo

In condizioni ideali, si dovrebbe introdurre nell’impianto di mungitura acqua calda a 30-40 °C. Essa rimuoverà la maggior parte del latte residuo presente nell’impianto. Al termine di questa fase l’acqua reflua dovrebbe essere eliminata.

Solitamente, per assicurare un adeguato risciacquo, sono necessari 14 litri di acqua per ogni gruppo di mungitura. Il filtro per il latte deve essere rimosso dopo questo primo risciacquo e sostituito, in seguito, con un filtro pulito. Se nella fase di risciacquo si utilizza una quantità di acqua insufficiente, residui di latte rimarranno nell’impianto. Ciò può ridurre l’efficacia del prodotto detergente/disinfettante.

2. Fase di lavaggio vero e proprio

È necessario impiegare un minimo di 14 litri di acqua calda (85 °C) per gruppo per il lavaggio principale, se non diversamente specificato dal produttore del disinfettante/detergente. In un primo momento bisogna lasciare aperto il tubo di scarico dell’acqua per consentire l’eliminazione di circa quattro litri per gruppo.

Quando l’acqua di scarico ha raggiunto una temperatura di almeno 55 °C, posizionare il tubo di mandata nella vasca di raccolta dell’acqua e dare inizio al ricircolo. A questo punto bisogna procedere con l’aggiunta del detergente/disinfettante e far circolare nell’impianto l’acqua di lavaggio, contenente il detergente/disinfettante, per 5-10 minuti. La temperatura della soluzione di lavaggio al termine di questa fase deve essere di almeno 55° C. Se il tempo di circolazione della soluzione supera i 5-10 minuti, si rischia che la temperatura scenda sotto questa temperatura soglia.

3. Risciacquo finale

Il ricircolo dovrebbe essere seguito da un risciacquo finale con acqua fredda. In genere sono necessari 14 litri di acqua per gruppo di mungitura.

Sistemi di pulizia automatizzati

Esistono molti sistemi automatizzati disponibili per pulire gli impianti di mungitura. Essi si basano sugli stessi principi descritti per i sistemi di pulizia manuali, ma funzionano in modo del tutto autonomo. Il sistema automatico, quando è impostato correttamente, può essere molto efficace. Tuttavia, questi sistemi devono essere controllati periodicamente per assicurare che si usino le corrette quantità di acqua e di sostanze chimiche e che le temperature siano adeguate. Molti sistemi presentano una variante delle routine di lavaggio standard consigliate, come un risciacquo a freddo, seguito da un secondo risciacquo a caldo, oppure due risciacqui finali. Il primo è formato da acqua pulita per rimuovere i prodotti alcalini di pulizia dall’impianto e il secondo comprende un risciacquo con acido peracetico come disinfettante.

La maggior parte delle nuove sale di mungitura sono dotate di lattodotti di acciaio inox. Il diametro delle linee del latte varia tipicamente da 70 a 105 mm. Non è possibile detergere adeguatamente tutta la superficie interna di una linea con diametro di 70 millimetri semplicemente facendo circolare una soluzione disinfettante poiché la parte superiore della linea del latte non entrerà in contatto con tale soluzione, il che può portare allo sviluppo di depositi sulle superfici superiori (Foto n. 1).

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Foto n. 1 – Linea del latte pulita inadeguatamente.

Gli impianti di lavaggio delle sale di mungitura con linee del latte di diametro superiore a 50 mm si basano sulla formazione di un flusso d’acqua che lambisca tutto l’impianto e pulisca tutte le superfici interne della linea del latte. Questa condizione si crea tramite l’immissione controllata di aria nell’impianto (Figura n. 1).

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Figura n. 1 – Formazione di un flusso di acqua di lavaggio tramite iniezione di aria nell’impianto.

È fondamentale che il flusso così formato si mantenga costante per tutta la lunghezza del condotto fino all’entrata nella vasca di raccolta.

Ci sono due regole di base a questo proposito:

1. La durata dell’iniezione di aria deve essere equivalente al tempo che l’acqua di lavaggio impiega per raggiungere la vasca ricevente. Se il lattodotto ha una lunghezza di 25 m e il flusso di acqua di lavaggio si muove a 10 m/s, la durata d’iniezione dell’aria dovrebbe essere pari a 2,5 secondi.

2. Ci dovrebbero essere almeno 15 flussi di acqua per ciclo di lavaggio. Se la soluzione calda circola per sette minuti, l’intervallo tra le iniezioni d’aria dovrebbe essere pari 28 secondi.

Scelta del detergente/disinfettante

Il latte contiene grassi, proteine, zuccheri e minerali che si depositano sulle superfici interne dell’impianto di mungitura. Inoltre l’acqua utilizzata per pulire la mungitrice può contenere diversi livelli di minerali, secondo la sua durezza. I detergenti alcalini degradano i grassi e le proteine del latte e li rimuovono dalle superfici lisce dell’impianto. Tuttavia, l’ambiente alcalino che si viene a creare può favorire il deposito di complessi di proteine e calcio, calcare e altri depositi di minerali. Questi depositi possono essere rimossi solo con detergenti acidi. Tradizionalmente, i detergenti alcalini sono impiegati nella maggior parte dei cicli di pulizia con acqua calda circolante. Periodicamente, con frequenza variabile in funzione della durezza dell’acqua, al posto del detergente alcalino è utilizzato un prodotto acido in grado di rimuovere i depositi. Questi prodotti acidi concentrati (spesso a base di acido fosforico) tendono a essere molto aggressivi per i componenti di gomma presenti nell’impianto.

Per questo motivo sono comparsi sistemi di pulizia che si basano sull’uso alternato di acidi e alcali. Un uso più frequente di acido, infatti, consente la riduzione del quantitativo utilizzato a ogni lavaggio. I detergenti alcalini sono tipicamente associati a tensioattivi, agenti modulanti la durezza dell’acqua e a cloro. I tensioattivi aiutano la soluzione detergente a penetrare nelle incrostazioni, mentre gli agenti di controllo della durezza dell’acqua (fosfati e composti chelanti) mantengono minerali e sporcizia in sospensione impedendo loro di depositarsi nuovamente.

Monitoraggio della pulizia degli impianti di mungitura

La pulizia dell’impianto può essere valutata a due livelli.

1. Controllo di base

Al livello più semplice, una volta che la circolazione è stata stabilita, è importante controllare che tutti i gruppi ricevano la stessa quantità di soluzione circolante. Toccare la superficie esterna della linea del latte in siti differenti dovrebbe confermare che la soluzione raggiunge tutte le parti. È inoltre importante verificare che ci sia sempre acqua sufficiente nella vasca di raccolta per garantire che i tubi collettori siano immersi.

Se dell’aria è aspirata in questi tubi, il flusso di acqua di lavaggio è notevolmente ridotto e la temperatura diminuisce significativamente.

È anche essenziale assicurarsi del funzionamento dell’iniettore d’aria.

2. Controllo di livello superiore

È importante misurare il volume d’acqua impiegato in ogni fase del lavaggio. La temperatura dell’acqua dovrebbe essere misurata in diversi momenti: nel momento in cui lascia la caldaia, quando entra nell’impianto, prima dell’inizio della circolazione e alla sua fine. Misurare il volume delle sostanze chimiche utilizzate consentirà di monitorare la concentrazione che esse raggiungeranno nell’impianto. Il recipiente di ogni prodotto detergente dovrebbe fornire informazioni sulla sua composizione chimica e sulla corretta concentrazione alla quale utilizzarlo.

In conclusione possiamo affermare che un’efficace pulizia dell’impianto è un elemento essenziale di un sistema di produzione di latte di qualità.

Un’inadeguata pulizia dell’impianto di mungitura può causare: aumento della carica batterica presente nel latte, aumento del rischio di contagio per quanto riguarda i patogeni che causano mastiti e, conseguentemente, un aumento della conta cellulare.

I principi di pulizia sono piuttosto essenziali ma è importante che si segua una determinata routine e che tutti gli operatori preposti al funzionamento dell’impianto si assumano la responsabilità di monitorarne l’efficacia, individuando i problemi e correggendo eventuali carenze.

Fonte: Effective cleaning of the milking machine. Ian Ohnstad – UK Vet - Livestock 2013, vol. 18, n. 1, p. 28-31.

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Contenuto di ferro e qualità del latte

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La composizione chimica dell’acqua di bevanda somministrata alle bovine da latte è raramente presa in considerazione, eppure l'acqua è un elemento molto importante poiché, oltre ad essere fondamentale per la vita dell’animale, svolge un ruolo di primo piano nella sintesi del latte e ne influenza direttamente le caratteristiche organolettiche e tecnologiche. Il latte è costituito per l’87-88% di acqua e una bovina in lattazione consuma mediamente 95 litri di acqua ogni giorno. La domanda mondiale di acqua utilizzata per l’allevamento di bovini è destinata a raggiungere i 2,36×1014 litri nel 2025, con un incremento di oltre il 630% rispetto ai consumi registrati nel 1995. Da questi dati emerge che il settore lattiero-caseario sarà tra quelli maggiormente influenzati dalla crescente concorrenza per l’utilizzo delle risorse idriche disponibili.

In questo scenario di “crisi idrica” il riciclaggio o il riutilizzo delle acque per il consumo da parte dei bovini da latte potrebbe diventare necessario per ottimizzare lo sfruttamento delle risorse idriche, sempre più limitate. Questo rende necessarie un’attenta valutazione e un’approfondita comprensione delle possibili conseguenze che le caratteristiche minerali delle fonti idriche possono avere sulla salute delle bovine e sulla qualità del latte da esse prodotto.

Un eccesso di qualsiasi metallo pesante, in particolare quelli dotati di elevato potere ossidante, come ferro e rame, può avere effetti negativi sulla qualità del latte.

Il ferro nel latte crudo è naturalmente presente a una concentrazione media di 0,5 mg/kg, con contenuti minimi e massimi compresi nel range di 0,3-0,6 mg/kg.

Il latte, se esposto all’azione di elementi minerali con elevato potere ossidante, in particolare rame, ferro e magnesio, subisce un rapido processo ossidativo, attraverso una cascata auto-ossidativa, a carico degli acidi grassi insaturi, dei grassi neutri e dei fosfolipidi. Uno squilibrio tra il contenuto di metalli ossidanti e la presenza di sostanze antiossidanti può contribuire alla propagazione di tale cascata ossidativa, favorendo il degrado dei substrati lipidici con conseguente produzione di acidi grassi a catena corta, aldeidi e chetoni volatili. Molte di queste sostanze volatili, anche se presenti in concentrazioni molto basse, contribuiscono allo sviluppo di sapori e aromi che alterano rapidamente le caratteristiche organolettiche del latte fresco.

L’effetto negativo sulle caratteristiche organolettiche può verificarsi non solo nel latte, ma anche in alimenti che contengono ingredienti ottenuti da latte che è andato in contro a fenomeni ossidativi.

L'incidenza di tali alterazioni a carico del latte è generalmente bassa. Episodi sporadici possono essere attribuiti, oltre che al contatto diretto con oggetti metallici (tubi, utensili e attrezzature varie) ad alte concentrazioni di metalli nei mangimi oppure, alla presenza di cationi bivalenti nell’acqua utilizzata per la pulizia e la sanificazione delle apparecchiature a contatto con il latte.

Elevate concentrazioni di ferro e di altri metalli nell'acqua potabile possono derivare da:

  • Caratteristiche del terreno in cui è localizzata la falda acquifera.
  • Contaminazione della falda da parte di acque di scolo di miniere o impianti industriali.
  • Lunghi periodi di siccità.
  • Anomalie nei sistemi di raccolta e di stoccaggio delle acque destinate agli allevamenti.

L’obiettivo dello studio descritto nel presente articolo è di determinare gli effetti, sulla stabilità ossidativa e sulle caratteristiche organolettiche, dall’aggiunta diretta e indiretta (mediante infusione in abomaso) di bassi, moderati ed elevati quantitativi di ferro nel latte.

Effetti dell’aggiunta diretta di ferro nel latte

La determinazione analitica dello stato di ossidazione dei campioni di latte è stata eseguita tramite la valutazione della concentrazione di Malondialdeide (MDA), sostanza prodotta durante i fenomeni ossidativi a carico delle sostanze lipidiche presenti nel latte, a tre giorni dall’aggiunta di ferro. I risultati ottenuti sono riportati nel grafico n. 1.

 

Grafico n. 1

Grafico n. 1 – Contenuto di Malondialdeide nei campioni di latte pastorizzato a tre giorni dall’aggiunta di ferro.

I risultati non hanno evidenziato differenze statisticamente significative per quanto riguarda il contenuto di MDA nel latte in cui sono stati aggiunti basse dosi di ferro (0,0027 mg/kg) rispetto al controllo (0 mg/kg). Al contrario il latte al quale sono state aggiunte dosi intermedie di ferro (0.027 mg/kg) ha mostrato un contenuto di MDA notevolmente superiore rispetto al controllo. La concentrazione di MDA nel latte trattato con dosi elevate di ferro (0,27 mg/kg) è risultata essere significativamente superiore a quella del latte cui è stata aggiunta una dose intermedia di ferro e ha superato il valore di 1,3 mg di MDA/kg, solitamente utilizzato come limite soglia sopra il quale le alterazioni ossidative a carico del latte sono percepite come sgradevoli alterazioni organolettiche da parte del consumatore.

I risultati delle prove sensoriali, a cui sono stati sottoposti in seguito i campioni, utilizzando un panel di soggetti scelti casualmente, hanno evidenziato che l'aggiunta di ferro determina notevoli variazioni sensoriali, anche dopo l’aggiunta di basse dosi di ferro. Infatti, 22 dei 43 soggetti che hanno preso parte all’esperimento hanno percepito differenze sensoriali anche nei campioni con basse dosi di ferro aggiunto, rispetto al controllo. Questo suggerisce che la valutazione sensoriale è molto più sensibile rispetto alla determinazione della concentrazione di MDA nel determinare lo stato di ossidazione del latte e che la contaminazione accidentale di latte con dosi anche molto basse di ferro può influenzare notevolmente le caratteristiche organolettiche percepite dal consumatore.

Effetti dell’aggiunta indiretta (infusione in abomaso) di ferro nel latte

Durante questa fase del lavoro sperimentale sono state selezionate quattro bovine alle quali sono state somministrate, tramite catetere inserito in abomaso, differenti dosi di ferro (sotto forma di lattato ferroso) per un periodo di sette giorni. Le soluzioni di lattato ferroso utilizzate nei trattamenti presentavano le seguenti concentrazioni: controllo (0 mg/kg), bassa concentrazione (200 mg/kg), media concentrazione (500 mg/kg) e alta concentrazione (1.250 mg/kg). Ipotizzando che ciascuna bovina assuma 100 litri di acqua potabile al giorno questi livelli corrispondevano a 0, 2, 5, e 12,5 mg di ferro/kg di acqua.

Dal settimo giorno antecedente all’inizio dell’infusione le bovine sono state isolate da fonti esterne di acqua e il contenuto di ferro apportato con la dieta è stato standardizzato a 651 mg/kg.

Il latte prodotto al quattordicesimo giorno di trattamento è stato standardizzato, omogenizzato, pastorizzato e conservato in assenza di luce e a una temperatura di 4 C° per undici giorni. I campioni di latte sono stati analizzati per determinare la concentrazione di MDA al primo e al settimo giorno di conservazione. Al contrario di quanto si era verificato dopo l’aggiunta diretta di ferro al latte, in questo caso le analisi non hanno evidenziato differenze statisticamente significative, per quanto riguarda la concentrazione di MDA, tra il campione di controllo e i campioni di latte prodotto dalle bovine trattate con basse, medie ed elevate dosi di lattato ferroso.

In seguito i campioni di latte sono stati sottoposti a prova sensoriale utilizzando un panel di 144 persone. Durante la prova 66 persone hanno percepito differenze organolettiche nel campione ottenuto dalle bovine trattate con basse dosi di lattato ferroso, 79 e 80 persone hanno percepito differenze nei campioni ottenuti, rispettivamente, dalle bovine trattate con medie ed elevate dosi di lattato ferroso.

Questi risultati indicano che, sebbene i test analitici non evidenzino alcun effetto dell'infusione in abomaso di soluzioni di lattato ferroso sulla stabilità ossidativa del latte, le prove sensoriali dimostrano che i consumatori possono facilmente percepire differenze organolettiche tra campioni di latte ottenuti da bovine che assumono differenti dosi di ferro.

In conclusione possiamo affermare che alti livelli (> 0.3 mg/kg) di ferro nell’acqua di bevanda somministrata alle bovine da latte non accelerano i processi ossidativi a carico del latte, al contrario di ciò che avviene in caso di contaminazione diretta del latte dopo la mungitura, ma sono comunque in grado di alterarne le caratteristiche organolettiche. Probabilmente queste alterazioni si ripercuotono negativamente anche sulle proprietà tecnologiche del latte e dei suoi derivati.

Per questi motivi gli allevatori e i soggetti che si occupano della trasformazione del latte dovrebbero essere a conoscenza del contenuto di ferro, e degli altri minerali, dell’acqua utilizzata in tutte le fasi produttive, dalla produzione primaria di latte alla sua trasformazione.

Fonte: Effects of mineral content of bovine drinking water: Does iron content affect milk quality?. G. R. Mann, S. E. Duncan, K. F. Knowlton, A. D. Dietrich, and S. F. O’Keefe. - Journal of Dairy Science Vol. 96 No. 12, 2013.

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